Tra il Settecento e l’Ottocento Calvene viveva di un’economia rurale ed artigianale. L’allevamento del baco da seta era una fonte di sostentamento diffusa, come nel resto del territorio vicentino.
Nella seconda metà del Settecento, era censita una sola attività produttiva, il fornello di Giobatta Sartori, e si contavano solo tre telai per la lavorazione domestica della canapa.
Nell’Ottocento e nel Novecento resisteva l’allevamento del baco da seta, ottima opportunità per incrementare il reddito famigliare: a livello estensivo, le famiglie allevavano i bachi (denominati cavalieri) nel caldo delle loro cucine e li sfamavano con le foglie di gelso (in dialetto moraro), fino alla loro maturazione per la produzione del pregiato filo.
Le donne, poi, occupavano parte delle serate e del tempo libero a fare la dressa, ovvero a intrecciare la paglia. Tuttavia nemmeno gli uomini, i vecchi e i bambini erano esonerati dall’impegno.
La tradizione della lavorazione della paglia era tipica nella zona di Lusiana, Lugo e Calvene.
Dopo la mietitura del frumento con la falce a mano, le spighe venivano selezionate con un pettine speciale e battute. I fastughi così ricavati venivano selezionati secondo la misura, facendoli passare attraverso degli appositi filtri. Venivano quindi trattati con acqua, per migliorarne la malleabilità, e poi stivati in casse con vapori di zolfo, per conferire loro un color giallo più marcato.
Una volta preparata la materia prima, si procedeva con l’intreccio. Si otteneva così una dressa che veniva venduta anche in matasse agli opifici di Marostica e di Vallonara.
Si consideri che la lavorazione della paglia fu introdotta nel territorio vicentino nel XVII secolo. Si sviluppò poi a tal punto che i semilavorati ad intreccio ed i cappelli di paglia vicentini erano richiesti e commercializzati in Francia, Svizzera, Germania ed Inghilterra da questi grandi opifici, i quali potevano contare su una filiera territoriale di esperti nella lavorazione della paglia. Gli abitanti di Calvene erano parte integrante di questo sistema di terzializzazione del lavoro ante litteram!
Risalendo per Via Roma verso Piazza Resistenza, al civico 30 si trova l’ex Casa del Fascio, divenuta sede di manifatture calvenesi.
Nel Dopoguerra, si sviluppò a Calvene anche l’industria tessile.
Il maglificio E.T.I. si installò nei locali di quella che fu la Casa del Fascio, costruita negli Anni Trenta del Novecento.
L’edificio era composto da nove stanze ed un teatro dove si teneva rappresentazioni, concerti, serate danzanti e esibizioni varie, tra cui quella della Schola Cantorum e della Mandolinistica di Calvene.
Cessata l’attività del maglificio E.T.I. a Calvene, l’ex Casa del Fascio è oggi sede della Tessitura Sartori.